Il Carattere

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Il Carattere: veicolo di cultura

Chiunque di noi è ormai abbastanza avvezzo ad usare programmi tipo Word o similare per scrivere lettere, relazioni, articoli, tesi, etc.  ma si è sempre abbastanza incerti su che aspetto vogliamo dare al nostro elaborato partendo dal semplice testo.

La prima domanda che ci si pone è cos’è un font? E subito in cascata:

  • Come si usano i font?
  • Come si possono creare progetti tipografici di qualità, usando nel modo migliore i caratteri?

Questo articolo non ha la pretesa di rispondere ad ogni domanda sui caratteri, font, ma desidera semplicemente essere un approfondimento utile per coloro che desiderano saperne di più.

 

Font - Alberta Colombo - Grafica e web design

Prima di capire come usare i font,  è bene conoscere per bene che cos’è un font. E qual è la differenza con un carattere tipografico, un glifo, eccetera. Perché sì, carattere tipografico e font non vogliono dire esattamente la stessa cosa.

I caratteri sono, nella grafica, nella tipografia e nell’editoria, come i mattoni nell’architettura, gli atomi nella fisica o i numeri nella matematica. Sono, insomma, la base della materia grafica.

Un insieme di caratteri disegnati in modo coerente e secondo gli stessi principi formali, forma un carattere tipografico, il cui file viene chiamato font.

Ho cercato di chiarire questi nell’infografica che segue:

Font - Alberta Colombo - Grafica e web design

Ma chiariamo meglio questi aspetti.

Caratteri, caratteri tipografici e glifi

Il carattere è una lettera, un segno di interpunzione o un simbolo. Quindi, ad esempio, la lettera “A” è un carattere. Questo carattere a sua volta può essere composto da diversi glifi, come A, a, a o a, che saranno quindi glifi dello stesso carattere e dello stesso carattere tipografico.

L’insieme di tutti i caratteri e glifi dell’alfabeto latino progettati secondo la stessa coerenza visiva e di significato, prende il nome, nuovamente, di carattere tipografico.

Se vogliamo l’inglese è più chiaro della nostra lingua: il carattere (inteso come lettera) è character, glifo è glyph e l’insieme coerente di tutto questo, il carattere tipografico, è typeface.

Il font, invece, è il file

Font è un’altra cosa: font è il mezzo che permette di   applicare un carattere.

Ovvero: mentre Arial è un carattere (typeface), il file Arial_semibold.otf è un font (meglio: uno dei font che compongono la famiglia dei font Arial).

Per spiegarlo si può fare il paragone con la musica: se un typeface (carattere) è una canzone, il font è il file .mp3 che ci permette di ascoltarla.

È sbagliato quindi dire “Senti che ritornello questo mp3!”, mentre è assai più corretto dire “Senti che ritornello questa canzone!”.

Utilizzare quindi spesso la parola “font” al posto di carattere, è un errore figlio dell’era digitale: confondere il software (mezzo) con il suo scopo (fine). Un po’ come dire “ma questo è un Photoshop” guardando un fotomontaggio.

Perché si dice “font”?

Molti pensano che font sia un termine di origine inglese ma, in realtà la sua origine è francese. È infatti la trasposizione inglese del termine “fonte”, del francese medievale.

Questa parola, che si pronunciava proprio “font” (in francese la e finale viene troncata e non pronunciata) originariamente significava “fuso”.

La radice latina della parola è la stessa del verbo  italiano”fondere”.

La macchina per la stampa a caratteri mobili inventata da Gutenberg nel 1455.

Il riferimento è proprio alla macchina a caratteri mobili di Gutenberg che ricavava i caratteri, appunto, dalla fusione del metallo.

La parola font venne quindi importata in Inghilterra dove si diffuse in tutti i paesi anglofoni e da lì a tutto il mondo nel corso dell’ultimo secolo.

Quali sono le varianti di font e le tipologie di caratteri tipografici?

Vediamo quali sono i termini che vanno ad identificare da un lato i vari file che compongono una famiglia di font e, dall’altro, letipologie di caratteri tipografici principali

Le varianti di un font (pesi, corsivi, ecc)

Come detto, un font è un file e ad ogni file corrisponde un carattere tipografico in cui sono inseriti tutti i glifi che sono stati progettati in modo che funzioni insieme, come un corpo unico.

Generalmente, i file dei font sono raggruppati in famiglie di font, dove ci sono delle varianti del carattere tipografico originario.

Le varianti principali sono le seguenti:

  • Roman o Regular

    II carattere di base.

  • Thin ... Black

    Tutte le varianti di peso (cioè lo spessore del carattere) che possono andare da quelle più sottili (Light, Thin, Extra-Light, ecc) a quelle più spesse (Bold, Black, Extra-Bold, Ultra, ecc).

  • Corsivo o Italic

    Il corsivo, o italic, che è proprio un font diverso, progettato con scelte ottiche ed estetiche diverse (non è semplicemente un font Regular inclinato). Anche i font corsivi hanno le loro varianti di peso (Bold Italic, Light Italic, ecc)

  • Obliquo o Oblique

    L’obliquo, o oblique, è invece la variante inclinata, senza alcuna modifica estetica e funzionale, del font normale

  • Compresso (Condensed) e Espanso (Extended)

    Anche qui, non si tratta di un semplice font normale “stretchato” ma proprio di un diverso font, progettato perché sia più largo o più stretto.

Il Carattere nella versione “Roman” o “Regular”.

Font - Alberta Colombo - Grafica e web design

Il Carattere nella versione “Italic” o “Corsivo”.

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Il Carattere nella versione “Compressed” o “Expanded”.

Font - Alberta Colombo - Grafica e web design

La differenza “visiva” fra caratteri Roman, Oblique e Italic.

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Le tipologie di caratteri tipografici

I caratteri tipografici non sono tutti uguali, anzi. Si può proprio affermare che ognuno ha un suo “carattere”.

Nelle scuole o università di grafica molto spesso viene detto che i tipi di carattere si dividono in due categorie, i serif e i sans serif due termini francesi che significano “con grazie” e “senza grazie”. In realtà ce ne sono parecchie altre di tipologie, anche all’interno di queste due macro-categorie.

La differenza sostanziale tra queste due categorie di font è l’utilizzo o meno delle “grazie”, ovvero quei piccoli prolungamenti alle estremità delle aste, che derivano dalla scrittura calligrafica manuale.

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